Sarà tre volte Natale

Questa non è una casa che si fa mancare nulla, inoltre siamo per il rispetto delle tradizioni di chiunque porti qualcosa di buono da mangiare (no tofu, please). Così all’avvicinarsi della fine dell’anno comincia il conto alla rovescia per i regali e le solite manfrine, cosa vuoi? no, niente, non lo so, non mi manca nulla, costa troppo, poi vediamo, magari quando avremo più soldi, l’anno scorso era stato più facile, l’affettatrice (1).

La prima occasione è il 6 dicembre, cioè oggi, che è San Nicola, e in Polonia è occasione per fare dei regali ai bambini. Ancora non ho capito se è più importante del Natale, ma essendo San Nicola il Santa Claus delle bottiglie della Coca Cola posso presupporre che le due figure siano più o meno interscambiabili e che, come al solito, il marketing abbia sconfitto la tradizione.

Il regalo per me di quest’anno l’abbiamo trovato l’altra sera da Tesco, mentre eravamo lì non ricordo per cosa. E’ tardi e non ho la forza di tirarla per le lunghe, vi basti sapere che se portate le birre io il bersaglio (elettronico) per giocare (16 giochi diversi) a freccette adesso ce l’ho. Bisogna solo che trovi la ricetta per il pollo impanato nei corn flakes e poi posso cominciare a stampare i sottobicchieri di mucio.net.

1 Ogni emigrante che si rispetti ha il sogno di poter ripetere in scala in casa sua quello che trova al supermercato vicino casa sua, non avendo un banco salumi si accontenta di portarsi un trancio di prosciutto o un chilo di parmigiano, non potendo competere con il reparto vini, sogna di poter avere una cantina propria, non potendo contare sulla bancarella di fiducia per frutta e verdura al mercato è costretto a giocare d’incastro nel freezer.

La volta che andai al pub con degli sconosciuti

– Se volete ancora un goccio di birra offro io?
– Be’ un goccio a questo punto non mi cambia niente.

Stordimento, ora se te ne andassi io scriverei della serata di ieri.

Sono in Italia per una settimana con la voglia di vedere un po’ di amici e recuperare i mesi di quasi asocialità varsaviana, non che io non abbia i momenti in cui voglio stare da solo, anzi di carattere me ne starei in casa dalla mattina alla sera a giocare a Civilization e a guardare molto concentrato frigo e dispensa nella speranza che il cibo si cucini da solo, il miglior amico dell’uomo solo è la piadina, a differenza di un panino gli fa credere che stia mangiando qualcosa di più.

D’altra parte è anche vero che, proprio per come sono fatto, io devo vedere gente, uscire e fare cose con altre persone, perché altrimenti mi concentro troppo su me stesso, e non ne vale la pena, e poi ho bisogno degli altri per ricaricarmi, per scaricare tensioni e stress (quanto ci piace chiacchierare) e per riprendere equilibrio. E poi c’è sempre quella faccenda del pubblico, e mi piace troppo.

Torniamo a ieri, anzi un po’ prima, settimana scorsa per la precisione, quando prendo in chat due amici di Parma e gli chiedo se gli va di vederci lunedì sera, visto che sono lì dai miei. Sì, sì, bello vederci, anche noi non ci vediamo mai, possibile che dobbiamo vederci solo quando vieni tu? Possibile? alla fine nemmeno quello direi. Ieri mattina prima l’uno, poi l’altra defezionano, così si rimanda una mail anche agli altri per dire che purtroppo, signori, abbiamo scherzato.

L’unico che risponde, un perfetto sconosciuto, mi da un nome e dice che ci sta, all’Highlander in via La Spezia, basta entrare e chiedere di lui.

Sarà che le persone che considerano un pub la loro seconda casa mi hanno sempre ispirato fiducia, sarà che i posti dove conoscono i nomi dei clienti sono davvero pochi e ben nascosti e quando ne trovi uno devi per forza segnartelo, sarà anche per il fatto che vedere gente in questo periodo è come ossigeno, malgrado non conoscessi nessuno, solo con un nome, dopo cena mi sono perso per i lavori in corso di Parma.

L’Highlander non è grande, non ha davanti un ampio parcheggio e non si può fare casino perché è circondato da palazzi. Però le birre che si possono provare all’interno bastano per finire sbronzi tutti le sere per un mese di seguito. Le due cose che mi colpiscono all’inizio sono il proprietario che sembra incazzato con la cameriera più stordita della storia e la maglietta del tipo che beve con quello che mi ha invitato lì, croce celtica, segni delle SS, altra roba strana e una scritta “white qualcosa”, insomma una magliettina sobria e delicata come una fiala di cianuro.

Ora non è che stiamo lì a sottilizzare quando si va a conoscere sconosciuti, così prendo una birra e resto a fare due chiacchiere.

[Qui c’è uno stacco in cui si vedono delle immagini varie di birra, gente e ragazzini il cui hobby è fare rumore con il motorino.]

Alla fine succede che rimango fino alle quattro, parlando e ascoltando tutti quelli che passano, da quelli che erano lì quando l’Higlander aprì nel ’92 alla tipa quasi minorenne che stupiva l’amico bevendo e fumando, sentendo storie di incidenti, di lavori e di traslochi, di fucilate nelle macchine dei terroni e di ragazze che ballano in topless sui banconi, tra un iphone e una motocicletta, tra un che fai qui e un cosa farai, farò, facciamoci un’altra birra? con magliette delle brigate rosse che salutano magliette neo-naziste, tra cantanti dai capelli rossi che si portano dietro lo scudiero e canzoni parmigiane che non fanno del buon gusto un punto di vanto, tra chi arriva tardi e chi si fa venire a prendere, tra i volantini della festa di strada di via La Spezia (andateci è domenica prossima, il 20) e la saracinesca che si abbassa dietro gli ultimi clienti che andavano via lasciandoci dentro, ancora a chiacchierare e a dire stronzate.

Era da un po’ che non facevo la chiusura di un locale e ci vuole la birra e le persone giuste per farlo, soprattutto se non conosci nessuno. Sono stato proprio bene ed era la cosa che mi serviva.

E poi ci fu quella volta – Addendum

Grazie a chi ti guarda e non è soddisfatto, a chi ti abbraccia malgrado tutto e tutti e a chi ti ferma e sta lì a parlare con te. Grazie a chi ti chiede il nome, a chi te lo dice e a chi ti porta un’altra diet coke. Grazie al fegato, al piede che batte il tempo e al nome che finisce in Z e inizia in J.

Grazie ai santi, Patrizio, ai navigatori, Cristoforo, e ai poeti, morti. Grazie a chi canta con gli amici, a chi sorride e a chi si alza per fumare. Grazie alle cose amare, alle cose dolci e al pepe. Grazie alle magliette aderenti, ai conti saldati per gli altri e ai bicchieri sollevati. Grazie a chi si prende le sue responsabilità, a chi stappa una bottiglia con un tappo a corona e a chi te lo chiede non appena ti vede.

Grazie alle schiene scoperte, alle coche annacquate dal ghiaccio e ai baffi che sorridono. Grazie a chi canticchia, a chi schiocca le dita e a chi si volta indietro a salutare. Grazie a chi chiede soldi per la musica, a chi ti chiede di iscriverti alla newsletter del locale anche se forse non ti vedrà più e a chi ti chiede spiegazioni.

Grazie a chi batte sul bongo anche se sembra improbabile, a chi ha i capelli a pinna come un ragazzino di un altro paese e a chi, permettetemelo, tiene la camicia fuori dai pantaloni, anche se non è alle Hawaii, se la sta godendo un sacco e se ne frega di quello che verrà, almeno per mezz’ora, e adesso smette, si alza e si va a prendere l’ultima Guinness al bancone.

Iniziava qui: E poi ci fu quella volta

E poi ci fu quella volta

E poi ci fu quella volta che mi ritrovai nell’irish pub americano, entrato per ripararmi da un albero che sputava resina mi sono ritrovato in un mondo diverso, fatto di ringraziamenti.

Grazie a me che sono stato in grado di capire cosa mi dicevano, grazie alla cameriera che mi ha chiesto da dove arrivavo, grazie alla fidanzata che era ancora sveglia per studiare, grazie al cuoco che mi ha sfamato, grazie agli amici dall’Italia che mi hanno rassicurato sul fatto che prendere una birra non era un problema, grazie al cameriere che veniva ogni due minuti a chiedermi se era tutto ok.

Grazie al signor Guinness che tanto bene ci ha voluto negli anni. Infine grazie ai quattro tipi che stanno suonando. E perché no, grazie anche ai vecchietti che si stanno godendo la serata al pub, ai tavoli al bancone, con i bicchieri o con la lattina, che si leccano le dita sporche di ali di pollo o che portano il ritmo muovendo la testa. Grazie al tipo un po’ scoppiato che batteva le mani a tempo e che ora con una sigaretta fatta a mano, spiegazzata, in bocca mima una corsa.

Grazie al barista torvo e a quello più giovane che osserva il comportamento dei suoi dipendenti. Grazie alla coppia al bancone, lui grasso e calvo, grossi anelli d’argento e occhiali dalla montatura scura, lei enorme, con le braccia tatuate scoperte da una canotta che le sale lungo la schiena, rivelando altri tatuaggi.Grazie alla signora quarantenne dal vestito fiorato troppo corto per l’Italia e grazie alla sua amica bionda che l’ha accompagnato, malgrado la differenza d’età.

Grazie alla cellulite, al fiore di loto e alla frangetta che gli occhiali da sole non riescono a tenere a posto. Grazie al violino, al bongo e al tè dolce del sud. Grazie alle coppie miste, alle facce stanche e anche a quelle troppo rosse. Grazie ai redneck.

Grazie al tipo – ehi dov’è finito? – che tornando dal bagno riprende la sua pinta di Guinness e applaude guardando la tv che adesso trasmette un programma non disponibile in North Carolina, una t-shirt grigia, pochi capelli tirati all’indietro e gli anni che non sono passati invano.

Grazie a quelle che fanno sorridere anche le facce più serie, a chi strappa gli applausi che merita e a chi porta ancora altra birra. Grazie a chi mangia tenendo il suo panino al contrario, a chi non parla, nonostante un orologio al quarzo e a chi si scambia battute, perché passano gli anno ma non passa la voglia di vivere e di ridere.

Grazie ai sandali, agli infradito e a chi ancora ha le scarpe da ginnastica. Grazie a chi porta quattro piatti, chi usa il coltello e la forchetta e a chi cammina nervosamente. Grazie a chi si accarezza il viso glabro e forse non ci è più abituato, grazie a chi shakera e tiene due cose per mano e anche a chi rutta senza la mano davanti, io, non gli altri.

Grazie alle tv mute, a quelle spente e alle sedie vuote. Allora grazie a chi va, a chi è arrivato e a chi arriverà. Grazie a chi guarda, grazie a chi osserva e grazie a chi cambia lato del tavolo per stare vicino a chi vuole bene. Grazie a chi si avvicina al palco per guardare i musicisti, a chi si stringe per farci stare un’amica e a chi cede una sedia, a chi è in piedi per sentire gli amici e a chi si siede perché ha gli anni per averne diritto.

Grazie a chi sta fermo, a chi va e non si ferma mai e a chi lo fa sorridendo, e che sia posa o sincero poco importa, perché chi applaude applaude anche lui. Grazie a chi se li chiama, a chi li fa e a chi li merita.

Grazie a chi lascia mezza pinta a tenergli il posto, a chi pensa e a chi non ha bisogno di sentire per capire quello che gli sta dicendo chi ha di fronte. Grazie a chi gesticola, a chi ha i codini e a chi ha una mano in tasca. Grazie a chi cerca un posto, a chi controlla il microfono e a chi ci sta ancora, che sia una Harp, una Stella Artois o una Swashbuckler.

Grazie a chi chiede una sedia, a chi fa il folk perché ha la mamma con i capelli rossi e a chi va a chiamare un amico di amici per farlo stare in compagnia. Grazie a chi accetta, a chi ne è contento e a chi si gira una sigaretta per festeggiare l’evento. Grazie a chi batte un fuoricampo, a chi tra il pubblico la prende e a chi ti elimina al volo e la fa sembrare la cosa più facile del mondo.