Basta davvero poco

Una delle cose di cui continuo a stupirmi vivendo a Varsavia è che, sia io che molti dei miei colleghi stranieri, facciamo dell’altro.

Esempi. Io faccio il tester di videogiochi, ancora oggi e domani, nel frattempo insegnavo italiano e mettevo su dei progettini in php per la facoltà di psicologia dell’università di Varsavia, inoltre lunedì cambio lavoro, smetto con i videogiochi e torno a fare il consulente.

Il mio collega belga anche lui è qui a testare videogiochi, ma insegna francese in una scuola di lingua, da lezioni private e ha una sua società con la quale fa una serie di consulenze linguistiche e altro. Sta pensando di mettere su qualcosa legato al VoIp in Polonia.

Il mio collega spagnolo oltre ai videogiochi ha contatti con una camera di commercio spagnola e fa consulenze per aziende spagnole che vogliono aprire una filiale in Polonia.

Non so, in Italia mi sembrava tutto così immobile. E dire che venire in Polonia non è difficile, molto meno di quello che credessi prima di decidere. Parlandone con altri amici ho scoperto che cambiare paese, cambiare vita non è impossibile, certo ci vogliono un po’ di soldi da parte, ma meno di quanto si pensi, conta molto di più la voglia di cambiare e di sfidarsi fino in fondo.

(Prossima puntata con l’esiliato in Giappone e si parla di andare in Giappone)

Sarebbe un segno

Dice Malvino:

Personalmente, non la ritengo un capolavoro, anzi, mi pare anche bruttina, ma essa assume il valore di un simbolo, quella della libertà di espressione (in questo caso artistica) aggredita dalla millenaria arroganza di chi pretende di poter decidere per tutti, oltre che per il suo gregge di bestie ottuse e belanti, cosa debba o non debba poter essere visto, letto, sentito.
Se solo per un giorno o due La Rana Crocifissa girasse in internet, sarebbe un segno – piccolo, senza dubbio – ma un segno.

La notte dei desideri di Michael Ende

Questo è un libro rubato, trovato nella cantina di una mia vecchia casa, ma come nuovo, con tanto di fascetta, pagine ingiallite, pergamenate, ma non ha nemmeno vent’anni, però era di Ende e non avevo voglia di leggere Momo, che ha un nome un po’ sciocco, questo invece era una classica edizione Salani con sovraccoperta, ho pochi libri con la sovraccoperta, di solito coprono dei mattoni telati.

Il corvo l’osservò con la testa piegata da un lato e gracchiò soddisfatto tra sé e sé: “Ahah, una brutta notizia, a quanto pare. E’ la mia specialità”.

Il libro è una favola ecologista, così intorno a pagina sessanta, con streghe, diavoli e animali parlanti ed è difficile non pensare che Pratchett abbia preso il nome del suo gatto da quello questo libro. E il Pratchett per bambini questo libro lo ricorda molto, quello che però c’è di Ende è la velocità nell’inventare personaggi, cose o dettagli fantastici, quello che in Pratchett a volte è pesante qui è lieve, leggero e non ha bisogno dell’ennesimo giro di parole per descrivere la luce che scivola sul mondo disco.

“Coosa?” strillò il corvo. “Adesso però sta per saltarmi il tappo! Chi sarebbe l’ordinario qua dentro? Non è mica un divertimento per uno nelle mie condizioni svolazzare nella notte e nella tempesta per venire ad annunciare la sua padrona, e poi scoprire che è arrivato giusto in tempo per la cena, ma mica nel senso che trova qualcosa da beccuzzare, macché: proprio nel senso che si trova lui sul menù. A questo punto vorrei proprio chiedere forte, da farmi sentire da tutti, chi è l’ordinario qua dentro.

Mentre lo finisco intanto penso ad una cosa, se il bookcrossing è liberare i libri, fregare un libro non è liberarlo due volte? Spesso ci sono quei libri che restano nelle cantine o nelle librerie, dimenticati, possibile che non possano rinascere a nuova vita, farsi leggere da un nuovo lettore, a volte proprio dal primo?

Dziki ryż

L’altroieri volevamo andare al ristorante georgiano che c’è qui a Varsavia, non è un vero e proprio ristorante, in Italia sarebbe una rosticceria con dei tavolini per sedersi, peccato che alle otto di sera chiudesse, così abbiamo ripiegato per l’asiatico qualche vetrina più in là.

Prima di proseguire un piccola nota, non è che io volessi andare al georgiano per portare solidarietà ai connazionali di Stalin (che, per chi non lo sapesse, era georgiano e non russo), ma solo perché questo fine settimana traslochiamo e, prima di andar via, volevamo provare alcuni locali della zona visto che sono vicini. A breve andremo a prendere un kebab e, forse, al ristorante all’angolo.

Il posto non era male, in stile un po’ giapponese, un po’ minimalista, con pareti rivestite di fogli di quotidiani giapponesi e qualche pagina strappata di qualche manga, lampade di carta appese un po’ in giro e qualche altro tocco che non ricordo. La cucina è indiana, thailandese e cinese, di giapponese mi è sembrato ci fossero solo le pareti, ma, visto che mi è piaciuto, magari la prossima volta controllo meglio.

Cosa abbiamo mangiato, presto detto, Ola che aveva mangiato qualcosa dopo il lavoro ha preso una cosa strana, praticamente le hanno portato una ciotola di metallo con dentro del formaggio ricoperto da una crema di spinaci, inavvicinabile per me, il nome non chiedetemelo o era thailandese o era polacco, non avrei potuto ricordarlo nemmeno scrivendomelo.

Io invece ho mangiato del maiale al caramello, che mi è piaciuto molto, la porzione che sembrava minimal, invece si è rivelata abbondante, quando il tutto sembrava troppo dolce lo si poteva stemperare con lo zenzero che era a condimento del piatto. Con l’aiuto di una ciotola di riso ho finito tutto il caramello e sinceramente ne avevo bisogno.

Il vino, sudamericano per lo più ma non solo, non è affatto male per essere in Polonia, il caffè è Vergnano, la sambuca Molinari, questo per dire che il posto non è propriamente l’ultimo dei bar mleczny e che i prezzi sono un po’ più alti di una pierogeria, con meno cento złoty (trenta euro) ve la cavate.


ul. Puławska 24B,
Warsaw,
02-515,

My rating: 4.0 stars
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