Qui si schiatta e io ho le allucinazioni

Oltre a Mario e Luigi Kowalski, i due allegri e simpatici idraulici polacchi che stanno montando i condizionatori in ufficio usando un trapano con la punta lunga più di un metro e con 5 centimetri di diametro, personaggi reali che anche gli altri vedono e che stamattina hanno fatto saltare la corrente due volte (spetta che salvo il post), oltre a loro dicevo oggi abbiamo avuto la visita di Ermento il cervo parlante del bosco di fronte, il problema è che di fronte non c’è un bosco e gli uccelli che sentite sono solo registrati dall’aeroporto per tenere lontani i piccioni, i passeri e i cavalli volanti.

Fa così caldo che ad un certo punto mi è sembrato di vedere entrare una decina di danzatrici del ventre, che ballavano sulle note del capodanno di Canale cinque, invece era solo il nuovo tecnico luci per il djset della settimana prossima, bravo ragazzo, olandese di origine magrebina, solo che le danzatrici erano meglio.

Poco prima di pranzo un mio collega si è sentito male, si è accasciato accanto al computer e nessuno gli ha detto nulla fino a quando siamo rientrati, gli altri avevano pensato che si stesse allacciando le scarpe, invece un infarto fulminante l’aveva lasciato secco nel bel mezzo dell’ultimo quadro di Zelda per Playstation, ci abbiamo messo un po’ a capire che non era un collega ma una pozza di sudore che guardata da diverse angolature sembrava assumere forme differenti, un uomo, una donna, un Cristiano Malgioglio.

Durante la pausa pranzo siamo andati tutti fuori come cani sciolti, ognuno per i fatti suoi e alzando una gamba per pisciare contro un muretto, i maschi, creando una fila di trenta minuti, le ragazze, due. La prima digestione l’ho passata boccheggiando come un pesce rosso che sta per essere gettato nella tazza del gabinetto, poco dopo mi sono ripreso, perché qualcuno ha urtato fortissimo la mia sedia facendomi sbattere un ginocchio contro l’antilope zebrata che usiamo come mascotte e quando le tornano le corna come appendiabiti.

Ho finto una reazione epilettica degna dell’abate Faria ne “Il conte di Monte Cristo II – E come Edmondo”, subito un gruppo di colleghi dal fondo dell’ufficio è saltato sulle scrivanie e ha creato una coreografia degna di una puntata di “non è la Rai” dei bei tempi, ma senza ragazzine seminude, ma con lo stesso senso del ritmo. Il responsabile di qualcosa è entrato mentre tre di loro mi lanciavano in aria, mentre facevo una spaccata volante che Heather Parisi se la sognava di notte, solo che quelli sotto si sono spaventati e non mi hanno preso.

Seppur dolorante ho cercato di darmi un contegno e ho ordinato un Martini mescolato, non shakerato, proprio così, come un compassato agente segreto al servizio di sua maestà Britannica. Una scelta felice, sedutomi al bancone ho incontrato subito una biondina tutta pepe che ha cominciato a farmi mille domande, il mio tono affabile l’aveva subito conquistata.

Poi l’idraulico ha fatto saltare la corrente con l’aspirapolvere alla massima potenza e ci siamo ritrovati io, Marrabbio di Kiss me Licia, Ettore Fieramosca, il parrucchiere della Tatangelo e un polmone su un’isola deserta senza nemmeno una palma da cocco. Marrabbio ha subito cominciato a cucinare il polmone, che prima di spirare ha detto a Fieramosca come finisce X-Files, Lost e Mi manda Picone, anche il parrucchiere della Tatangelo lo voleva sapere e per farci dispetto si è mangiato tutto il Polmone alla Zuava che aveva fatto Marrabbio e poi anche Marrabbio.

Ettore non se l’è presa, stoico ha incassato il colpo, e ha detto che quelli come lui vivono di sole, aria pulita e poesia, io avevo mangiato in pausa pranzo e non ho accusato il colpo. Dopo un poco però Fieramosca ha preso una pietra dove sopra c’era scritto “guardare da molto vicino” e l’ha data al parrucchiere, lui l’ha avvicinata per guardare meglio e Ettore Fieramosca gliel’ha sbattuta sui denti, poi gli è saltato addosso, proprio mentre arrivavano i soccorsi chiamati da qualcuno.

Il telefono ha squillato mentre stavo contando le ultime pecore che, entrate dalla porta principale, stavano cominciando a mangiare i cd dell’ufficio, la carta per le fotocopie e i poster delle signorine in armature medievali che tutti hanno negli armadietti, chi avesse aperto loro gli armadietti non lo so, forse l’ultimo dei topi guidati dal pifferaio di Hamelin che in mattinata era venuto a prendere un caffè con gli amici dell’amministrazione.

Poi mi è entrata in testa una canzone della Carrà e la riporto di sotto.

Lottassimo contro la scomparsa del congiuntivo

Creassi un gruppo su facebook per gli amanti del congiuntivo, veniateci senza tema di incontrare altri modi finiti del verbo. L’unica regola sia: che parliate sempre al congiuntivo. Sia molto importante, per voi e i vostri cari.

L’immagine del gruppo vi appaia un po’ penosa, troviatene una migliore per cambiarla senza farvi scrupoli.

Ah, il gruppo paia essere questo.

Icone gay del prossimo decennio VIII – Giulio Cesare

julius cäsar

Quando gli chiesero come una donna avrebbe potuto riportare i successi e le vittorie nella campagna militare che stava per cominciare rispose, rispose da par suo, perché le battaglie vinte con la lingua non sono meno importanti di quelle vinte con la spada, che Semiramide era stata capace di regnare sulla Siria e che le Amazzoni avevano dominato gran parte dell’Asia. Già perché, ma non sono pochi i libri di storia a tacere l’argomento, uno degli attacchi preferiti dei suoi avversari era sottolinearne la spensierata sessualità, come in senato così sui muri della città eterna.

Dovremmo arrivare alla fine del prossimo decennio per avere finalmente la possibilità di riconoscere la figura di Cesare come una delle tante identificative della cultura gay. Occorrerà ancora ripulirla dalle fantasie di fascistelli di periferia e guardarla da una prospettiva nuova, scevra dalle ombre del ventennio, figlie dell’immaginazione di qualche mentecatto ignorante, un prospettiva che sarà ormai consapevole a pieno titolo che l’omosessuale non è più l’artista, o il presunto tale, dai modi effeminati o uno dei protagonisti di una sit-com d’oltreoceano con una ragazza frigida e una donna alcolizzata e che l’omosessualità non è più un distinguo che possa impedire un’affermazione basata sulla forza della personalità e le capacità individuali anche al di fuori di stantii stereotipi in cui ancora oggi giace imprigionata.

Tra dieci anni, quando l’imposizione per la minoranza di porgere l’altra guancia e l’intelligente battuta tesa a stemperare o schernire l’attacco dell’avversario saranno dimenticati, anche i gay avranno raggiunto la condivisa consapevolezza di poter “mettere a morte” i propri avversari invece di togliergli la polvere di dosso con qualche pacca sulle spalle che vuole essere uno schiaffo.

(foto originale julius cäsar di findustrip)

Sull’autobus

Qui si muore di caldo, non in Polonia in genere, ma qui nel mio ufficio, che è una specie di capannone industriale di tre piani, peccato però che i tester linguistici siano nell’ex-deposito con tanto di ingresso murato per i camion, il lavoro è divertente, solo che il soffitto alto impedisce di mettere l’aria condizionata, anche se una mail che ho capito poco (era in polacco) annunciava la possibilità di qualcosa.

Intanto muoio di caldo, fuori ci sono trenta gradi, dentro quaranta e quando esco alle cinque un po’ di venticello non può raffreddare il calore che ormai è sottopelle. La speranza, finché non arrivo a casa a farmi una doccia, è quella di sedere accanto ad un finestrino aperto sull’autobus e che non ci sia troppo traffico. Ieri, mentre scrivevo una cosa ed ero distratto, ho sentito alcune note di una canzone che mi sembrava familiare, una canzone troppo assurda da sentire in Polonia…

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Cento milioni di anni fa

Cento milioni di anni fa quando la terra era ancora giovane, piccoli esseri dalla forma insignificante inseguivano il formaggio che giungeva da lontano. Figli di un male necessario si trovarono costretti a combattere per la sopravvivenza della specie. Errare è umano, che se fosse facile, quando gli uomini ancora non c’erano e gli errori, quella specie di sbagli con più erre, si distinguevano gli uni dagli altri dall’odore acre e incessante di sugo di sugna arrostita. Tempo dopo finì tutto nel bidone della spazzatura sul retro di un ristorante di poco conto.