E poi ci fu quella volta

E poi ci fu quella volta che mi ritrovai nell’irish pub americano, entrato per ripararmi da un albero che sputava resina mi sono ritrovato in un mondo diverso, fatto di ringraziamenti.

Grazie a me che sono stato in grado di capire cosa mi dicevano, grazie alla cameriera che mi ha chiesto da dove arrivavo, grazie alla fidanzata che era ancora sveglia per studiare, grazie al cuoco che mi ha sfamato, grazie agli amici dall’Italia che mi hanno rassicurato sul fatto che prendere una birra non era un problema, grazie al cameriere che veniva ogni due minuti a chiedermi se era tutto ok.

Grazie al signor Guinness che tanto bene ci ha voluto negli anni. Infine grazie ai quattro tipi che stanno suonando. E perché no, grazie anche ai vecchietti che si stanno godendo la serata al pub, ai tavoli al bancone, con i bicchieri o con la lattina, che si leccano le dita sporche di ali di pollo o che portano il ritmo muovendo la testa. Grazie al tipo un po’ scoppiato che batteva le mani a tempo e che ora con una sigaretta fatta a mano, spiegazzata, in bocca mima una corsa.

Grazie al barista torvo e a quello più giovane che osserva il comportamento dei suoi dipendenti. Grazie alla coppia al bancone, lui grasso e calvo, grossi anelli d’argento e occhiali dalla montatura scura, lei enorme, con le braccia tatuate scoperte da una canotta che le sale lungo la schiena, rivelando altri tatuaggi.Grazie alla signora quarantenne dal vestito fiorato troppo corto per l’Italia e grazie alla sua amica bionda che l’ha accompagnato, malgrado la differenza d’età.

Grazie alla cellulite, al fiore di loto e alla frangetta che gli occhiali da sole non riescono a tenere a posto. Grazie al violino, al bongo e al tè dolce del sud. Grazie alle coppie miste, alle facce stanche e anche a quelle troppo rosse. Grazie ai redneck.

Grazie al tipo – ehi dov’è finito? – che tornando dal bagno riprende la sua pinta di Guinness e applaude guardando la tv che adesso trasmette un programma non disponibile in North Carolina, una t-shirt grigia, pochi capelli tirati all’indietro e gli anni che non sono passati invano.

Grazie a quelle che fanno sorridere anche le facce più serie, a chi strappa gli applausi che merita e a chi porta ancora altra birra. Grazie a chi mangia tenendo il suo panino al contrario, a chi non parla, nonostante un orologio al quarzo e a chi si scambia battute, perché passano gli anno ma non passa la voglia di vivere e di ridere.

Grazie ai sandali, agli infradito e a chi ancora ha le scarpe da ginnastica. Grazie a chi porta quattro piatti, chi usa il coltello e la forchetta e a chi cammina nervosamente. Grazie a chi si accarezza il viso glabro e forse non ci è più abituato, grazie a chi shakera e tiene due cose per mano e anche a chi rutta senza la mano davanti, io, non gli altri.

Grazie alle tv mute, a quelle spente e alle sedie vuote. Allora grazie a chi va, a chi è arrivato e a chi arriverà. Grazie a chi guarda, grazie a chi osserva e grazie a chi cambia lato del tavolo per stare vicino a chi vuole bene. Grazie a chi si avvicina al palco per guardare i musicisti, a chi si stringe per farci stare un’amica e a chi cede una sedia, a chi è in piedi per sentire gli amici e a chi si siede perché ha gli anni per averne diritto.

Grazie a chi sta fermo, a chi va e non si ferma mai e a chi lo fa sorridendo, e che sia posa o sincero poco importa, perché chi applaude applaude anche lui. Grazie a chi se li chiama, a chi li fa e a chi li merita.

Grazie a chi lascia mezza pinta a tenergli il posto, a chi pensa e a chi non ha bisogno di sentire per capire quello che gli sta dicendo chi ha di fronte. Grazie a chi gesticola, a chi ha i codini e a chi ha una mano in tasca. Grazie a chi cerca un posto, a chi controlla il microfono e a chi ci sta ancora, che sia una Harp, una Stella Artois o una Swashbuckler.

Grazie a chi chiede una sedia, a chi fa il folk perché ha la mamma con i capelli rossi e a chi va a chiamare un amico di amici per farlo stare in compagnia. Grazie a chi accetta, a chi ne è contento e a chi si gira una sigaretta per festeggiare l’evento. Grazie a chi batte un fuoricampo, a chi tra il pubblico la prende e a chi ti elimina al volo e la fa sembrare la cosa più facile del mondo.

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