Il caso Hunziker-Ramazzotti

Poichè qualche tempo fa abbiamo parlato male della Hunziker, ci sembra opportuno riparlarne. La nota oca svizzera ha minacciato l’ex marito di dire tutta la verità nient’altro che la verità sul motivo del loro divorzio: lo giuro!

Incuriosito dalla cosa, di solito uno scoop del genere dovrebbe essere già su tutti i giornali scandalistici, ho iniziato ad indagare tramite i miei informatori nell’ambiente: Ottavio la talpa, il pittore Gauguin e la mucca della Milka.

Ottavio mi ha portato rapidamente in un vicolo cieco. La mucca ha smesso poco dopo di aiutarmi cercando di infiltrarsi nel recinto del parmiggiano reggiano è stata catturata e trasformata in carne Montana. Fortunatamente il pittore Gauguin si è dato da fare: ora in salotto ho uno splendido un metro per settanta che si abbina magnificamente ad un Barbanti prima maniera che conservo ancora da prima che fosse vietato fumare nei luoghi pubblici.

Niente da temere, fortunatamente sono riuscito a raggiungere il mio scopo. Attraverso la mia rete di informatori, agganci conosciuti tramite internet e una serata andata male al Casino di Venezia ho perso una barca di soldi, ma sono diventato amico di Emilio Fede, più che un uomo, uno zerbino. Zerbino sì, ma senza i soldi nemmeno per un taxi, ho offerto io la corsa, ho sempre una riserva segreta nascosta in un luogo imbarazzante. Recuperati venti euro tra la foto della patente e quella della carta d’identità, ho costretto Emilio ad essere in debito con me.

Qualche sera dopo guardando il TG4 ho riconosciuto il gesto sul quale ci eravamo accordati, durante lo stacco pubblicitario ho alzato il telefono e l’ho chiamato, aveva delle novità sul fronte Hunziker-Ramazzotti, roba che scottava. Non me lo sono fatto ripetere, aveva delle novità sul fronte Hunziker-Ramazzotti, roba che scottava. Ma lui ha insistito.

Ci siamo incontrati nel bar sotto il suo studio, mi ha detto di uscire lentamente dopo di lui. Ha salutato il barista e si è avviato fuori, cinque minuti dopo ho finito il mio caffè e sono uscito, al barista aveva detto che per lui pagavo io. Nel breve viale alberato al di fuori dello studio abbiamo passeggiato a breve distanza per un po’, per evitare il solito seccatore che vende le rose.

Alla fine decise che avevamo camminato abbastanza, a quanto pareva aveva raggiunto la sua auto, mi ha mormorato di fingere di essere un parcheggiatore e di dargli il resto della tariffa del parcheggio, gli ho dato cinque euro, mentre mi passava in mano un indirizzo. Se la curiosità è donna, da quel che stavo spendendo, la mia doveva essere una gran puttana.

L’indirizzo era quello di un palazzo del centro, uno stabile come tanti altri. I cognomi sul citofono non mi dissero niente, tipicamente milanesi, Russo, Hi-yan, Sahib, Petrovic. Entrai e salii fino al tetto con il vago presentimento di essere stato fregato. Il palazzo era più alto di quelli che lo circondavano, qualcuno prima di me aveva lasciato un piccolo cannocchiale puntato su una finestra, aveva buon gusto l’Emilio, la sua metereologa sotto la doccia non era affatto male, fortunatamente ero arrivato in tempo.

Tornato in strada mi avviai verso la metro, ma qualcosa mi diceva che non vi sarei arrivato. Girato l’angolo un tipo mi si mise dietro puntandomi una pistola alla schiena, il suo socio mi si parò davanti, mi avevano colto di sorpresa mentre pensavo ad altro. Questo mi salvò. Il ricordo della prevista pioggia, disorientò quello che avevo davanti che, scambiando per pistola un’erezione, tentennò il tempo di farmi scartare di lato e tuffarmi nel traffico, mi afferrai ad un tram e finsi di essere in un film americano, ma nel traffico milanese è difficile seminare qualcuno nell’ora di punta.

Appena vidi un taxi fermarsi per far salire qualcuno, balzai giù dal tram e urlai al tassista di inseguire una generica "quella macchina". I miei inseguitori abboccarono e si formò un minicorteo di tre auto che solo Dio sa dove siano finite. Io mi allontanai rapidamente verso la metro, ripensando al completo in doppio petto dei miei inseguitori e allo schifo di impermeabile che io indossavo. Chi ha detto che il crimine non paga, non ha mai visto lo stipendio di un poliziotto.

Frattanto il pittore Gauguin mi aveva cercato con una telefonata, come al solito lo richiamai e lo raggiunsi in ufficio. Arrivato lì mi chiese se ne volevo sapere una bella, Nicole Kidman, gli risposi, un fermato per spaccio di droga corse in strada e si gettò sotto il 43. Il pittore Gauguin, però, aveva una buona pista, quindi, mancando l’altro, arrestammo lui per spaccio.

Il suo avvocato, invece, aveva il tassello che ci mancava, il puzzle era finalmente composto. La Hunziker e il pittore Gauguin aveva lo stesso avvocato, che mi rivelò quello che volevo sapere: la ex signora Ramazzotti aveva beccato il marito a letto con Giorgio Armani. Ecco spiegati i due in doppio petto della mattina. Ma dov’erano finiti?

Mai chiedersi che fine abbiano fatto quelli che vi hanno minacciato qualche ora prima, ma allora non conoscevo ancora questa regola dello stare al mondo, subito dopo i due irruppero in questura fracassando la porta d’ingresso. Non l’avessero mai fatto, dieci poliziotti inviperiti gli svuotarono contro i caricatori delle loro pistole d’ordinanza. C’erano volute sei settimane per finire quel 3000 pezzi della Ravensburger.

Fortunatamente alcuni dei nomi di questo racconto sono stati celati e alcuni elementi camuffati da altri, il succo del discorso è vero, le miei indagini mi portanto a ritenere che la Hunziker minacci Eros per la sua scappatella con Giorgio, nel talamo coniugale per giunta. Per evitare gli avvocati comunque vi dico solo che è tutto inventato e fatti e nomi sono solo casualmente uguali a fatti e nomi reali, il resto ce l’ho messo io.

Cast: Michelle Hunziker, Eros Ramazzotti, Giorgio Armani, Emilio Fede, Ottavio la talpa, il pittore Gauguin, la mucca della Milka, l’ATM di Milano, il numero 43, l’avvocato, il taxi e il tassista, i due cattivi, i passanti tutti e soprattutto la signorina del meteo, che ci ha alzato lo share di sette punti percentuale.

Si ringrazia per le location: il comune di Milano, il comando di polizia di Milano, il casinò di Venezia, Milano Due, il Bar Giangi.

Grazie alla Ravensburger per il puzzle di 3000 pezzi rappresentane uno stormo di 5000 anatre a primavera.

Icone gay del prossimo decennio II – Bianca Berlinguer

Bianca Berlinguer

Il taglio di capelli impeccabile, il trucco che sottolinea gli zigomi, la voce inflessibile e lo sguardo profondo, renderanno Bianca Berlinguer una delle figure più apprezzate dall’universo lesbo-gay del prossimo decennio. Il mezzobusto telegiornalistico accresce l’appeal e quel alone liminale di figura in bilico tra due mondi. Per molti un punto di riferimento per la moda, per altri un irraggiungibile traguardo. Infine l’accoppiata allitterante di nome e cognome, già notevoli presi singolarmente, è solo la ciliegina sulla torta.

Topoletto, il figlio segreto di Topolino

Prima che Topolino fosse inventato da Walt Disney, era un personaggio secondario nella mente di un disegnatore secondario, era apparso in qualche striscia, ma per lo più si aggirava dietro le quinte e cercava il modo di tirare a campare.

In fondo era un bravo ragazzo che cercava di farsi strada aspettando la grande occasione che sarebbe arrivata qualche anno dopo, quando qualcuno lo mise su una nave a vapore insieme a un gatto scartato al casting per Tom & Jerry perchè handicappato; all’epoca i portatori di handicap in america non avevano trattamenti di favore, anzi erano derisi ed emarginati, oggi la situazione è radicalmente cambiata e siedono sulla poltrona presidenziale.

In quel periodo Topolino frequentava saltuariamente Topanga e a modo suo ne era innamorato e anche lei lo ricambiava. Se volete sapere come fosse, anzi com’è Topanga non dovete fare altro che immaginare l’esatto opposto di Minni: Topanga aveva il pelo chiaro, non sembrava essere stata ripassata con un ferro da stiro, anzi, soprattutto però parlava poche volte e quando lo faceva diceva chiaramente a Topolino quello che pensava e provava.

Quando Topolino gli disse che aveva trovato un nuovo lavoro, con un disegnatore in gamba che avrebbe partecipato ad un cartone animato e sarebbe finito al cinema, lei lo ascoltò guardando fuori dalla finestra. Topolino continuava a raccontarle del set e del disegnatore, che avrebbe cambiato vita e che era l’occasione che aspettava da tempo.

Ci sono delle immagini che rimangono dentro per tutta la vita, quando Topanga si alzò dalla sedia accanto al tavolo e andò in silenzio in camera sua, la cucina spoglia, il tavolo consumato, le sedie sbilenche e la luce azzurrina che dalla finestra illuminava il posto dove fino a pochi istanti prima era seduta si immobilizzarono nel cuore di Topolino. Un addio è un addio, diceva qualcuno, anche senza doverlo dire a parole.

Per alcuni anni Topolino lottò con questo ricordo, poi a poco a poco riuscì a rinchiuderlo in un posto segreto e nascosto. L’unica persona che continua a frequentare, che sa di Topanga è Pietro Gambadilegno e ogni volta che si ritrovano, Topolino ripensa al suo primo contratto con Walt e di cosa sarebbe potuto essere.

Alcuni anni fa Topolino fu contattato da un giovane topo, che si chiamava Topoletto, era suo figlio, figlio suo e di Topanga, quando ancora scopare non era qualcosa riservato al cartone giapponese o underground o forse era lui stesso underground e giapponese, con quegli occhi grandi, enormi che si ritrovava.

Topoletto si presentò con una cartellina piena di disegni per chiedere una mano, un indirizzo ad un genitore che nel campo era così famoso. Quello che ricevette fu solo una reazione fredda e distante, Topolino era impietrito e spaventato, suo figlio avrebbe potuto rovinare tutta la vita che si era costruito. Senza aggiungere altro chiuse la porta e lo allontanò.

Quella sera Topolino andò da Pippo e rimase con lui fino a tardi, chiacchierando con aria assente e cercando di ricordare come fosse ubriacarsi. Andò via quando vide che Pippo era ormai addormentato e che ricordare non sarebbe stato uguale a farlo davvero. Quando arrivò a casa, trovò sulla porta la cartellina dei disegni di Topoletto, mentre Pluto rosicchiava un osso enorme, eppure avrebbe dovuto sapere che accettare cibo dagli estranei non è prudente. Estranei, prudente.

Mentre cercava le chiavi aprì la cartellina e rimase immobilizzato dal disegno, cominciò a sfogliarli seduto sugli scalini davanti casa alla luce che proveniva dall’interno. Erano tantissimi disegni, alcuni erano copiati o ispirati alle sue avventure, c’era la nave a vapore, c’erano Pietro, Pippo, Paperino, Pluto, c’era il giornale, c’era il mago e la scopa, ma nemmeno una volta vide Minni. Erano tutti disegni molto belli, alcuni a colori, altri in bianco e nero, c’erano schizzi e bozzetti, c’erano storie intere o semplici vignette con il baloon vuoto, la mano che li aveva fatti era sempre la stessa anche se utilizzava stili diversi, imitava gli autori, Gottfredson, Murry, Scarpa, che avevano disegnato le sue avventure e lo faceva bene, senza essere stucchevole, ma aggiungendo sempre qualcosa di personale.

Dopo che ebbe finito di guardarli tutti tornò al primo, quello che lo aveva bloccato, un disegno di Topanga proprio come lui la ricordava. Quando un personaggio disegnato vede un disegno è come vedere qualcosa che ha la sua stessa consistenza. Quello che era nascosto allora tornò ad essere visibile e Topolino cominciò a tremare, Pluto vedendolo così gli si accucciò ai piedi e poggiò il muso sulle zampe.

Topolino allora prese le chiavi della macchina e cominciò a girare la città in cerca di suo figlio. Non aveva il coraggio di urlare il suo nome, andò alla stazione e all’aeroporto, visitò tutti i posti peggiori che conosceva, entrò a chiedere informazioni negli ultimi bar ancora aperti e nelle pensioni più scalcinate. Rimase in macchina tutta la notte vagando per la città. Intorno alle sei passò accanto ad un’edicola dove stavano consegnando il giornale. Accanto alla dichiarazione di guerra all’Iraq, c’era la notizia del ritrovamento di un giovane di un’altra città annegato nel fiume.

Da allora Topolino fa finta, fa finta di stare bene, fa finta di ridere, fa finta di esserci. Ora sa che non rivedrà mai più Topanga, che il perdono che tante volte avrebbe voluto chiederle ora non avrà mai più il coraggio nemmeno di sperarlo, non dopo quella notte.

I disegni ora sono in soffitta, l’altro giorno Tip e Tap, riordinandola con lo zio, li hanno trovati e gli hanno chiesto cosa fossero, ricordi ha risposto, ricordi di un’altra vita. Quando hanno visto il disegno di Topanga e hanno detto "Ma questa non è Zia Minni", allora ho cominciato a piangere e ho lasciato solo loro due a rimettere a posto.