A quel punto si aprirà un portale

Mi hanno detto che devo andare in un posto giovedì, forse. Per arrivarci la strada più breve pare che sia prendere un treno, poi un autobus e poi una carrozza tirata da quattro cavalli neri, arriverò in un bosco dove troverò una vergine che starà sgozzando una capra bianca su una pietra bagnata tre notti dalla luna piena, lì devo disegnare un cerchio col sangue della capra e fare tre salti all’indietro.

A quel punto si aprirà un portale che porta direttamente alla sala mensa del cliente, è l’ingresso fornitori.

Oggi ero sull’autobus

Oggi ero sull’autobus che leggevo ANIMAls, che ho preso alla Conad vicino all’aeroporto di Forlì, nelle sei ore e mezza di ritardo del mio volo Wizzair per Varsavia. L’ho cominciato a leggere ieri sera e stamattina Ola aveva il risveglio lungo, così ho continuato un po’, poi me lo sono portato sul tram, prendo prima il tram e poi l’autobus ultimamente.

Ad un certo punto, tipo a pagina quarantaquattro arrivo all’intervista a Ugo Cornia, cioè prima vedo la fotografia in alto con il fumo della sigaretta e penso che le foto con il fumo con la sigaretta mi hanno fatto un po’ la palla dal 1983, c’è anche la foto in basso con la sigaretta in bocca, in bianco e nero, che vuole fare anni ’80. E’ una cosa mia, ma a me le sigarette in foto o in televisione non piacciono, primo perché non mi piace che il fumo sia pubblicizzato, secondo perché dopo Humphrey Bogart se ti fai vedere con una sigaretta fai sempre secondo.

Leggo l’intervista e non ci capisco niente, sarà l’intervistatore incapace o è l’intervistato che dice cose incomprensibili? Intanto salgo sull’autobus e mi siedo, che c’è tutto libero e nel corridoio ingombro, e mi dico che non devo farmi prendere dai pregiudizi come al solito, per delle foto di cazzo e un’intervista che non ho capito.

Sto lì che leggo e arrivo alla fine della prima mezza paginetta del racconto, quando dal finestrino vedo il Saski Crescent, che è il palazzo dove lavoro. Mi sono completamente perso una fermata, allora mentre scendo penso: mi ha fatto.

Terzo mondo o sentirsi dei mongoli

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Ho passato gli ultimi quaranta minuti cercando di capire come arrivare dall’aeroporto LaGuardia al mio albergo tra Broadway e la trentunesima e stavo diventando scemo, tra autobus, navette, metro e un’ossessiva pubblicità di risciò elettrici che continuava a ricomparire ovunque.

Finché cercando la stazione più vicina su Google Maps non mi è venuto in mente di provare a vedere il percorso da fare a piedi, giusto per e mi sono accorto, lo sapevo ma non ci avevo proprio pensato, che in molte città americane c’è il servizio di Google per il calcolo dei percorsi con i mezzi pubblici. Con la possibilità di specificare anche l’orario di partenza o di arrivo.

Se cliccate qui o sull’immagine la potrete vedere più grande. Qui invece il link a Google Maps dove potete giocare un po’ anche voi a controllare come arrivare da Central Park alla Statua della libertà.

La giornata dei tombini e altre cose buone da sapere

Warsaw 6 January 2009

Ieri siamo usciti di casa alle sette, con meno diciassette gradi. Come ci ha informato il tassista con meno diciassette gradi c’è meno traffico, perché molte macchine non partono, come l’acqua anche la benzina e il diesel congelano, anche se alle persone normali possono sembrare cose che si leggono solo nei libri di fantascienza o in qualche racconto di Lovercraft.

Comunque un po’ di traffico c’era lo stesso, perché anche le macchine che partono a volte bucano, come la signora che per aspettare i soccorsi non ha messo il giubbottino di salvataggio catarifrangente, anzi a dire la verità è rimasta proprio in macchina, con la pelliccia. Poi due tram si sono incastrati tra di loro, ma non ho capito come e il tassista ha cambiato strada.

Quando fa così freddo i tombini fumano, all’inizio hai l’impressione che a momenti debbano anche sollevarsi e far uscire gli acchiappafantasmi che hanno appena scoperto una misteriosa sostanza incolore che rende i polacchi prima euforici e poi sbronzi, insomma con un paio di bottiglie di vodka. Dopo un po’ ti ci abitui e non ci pensi più, ma appena scendi dalla macchina ti torna in mente l’idea della vodka e i vantaggi di avere uno zaino protonico.

Quanti polacchi ci vogliono per aprire un tombino sotto la neve? Cinque. Uno con una pala toglie il grosso della neve, un’altro con uno scopettone fa un lavoro di fino, altri due usano dei ferri appositi per sollevare il tombino, non prima che il quinto ne abbia preso a martellate i quattro angoli per spaccare il ghiaccio che lo blocca. Non sto scherzando. Cosa poi facesse nel tombino il tipo con il martello, mentre gli altri lo guardavano non lo so, è arrivato il mio autobus.

Quando fa freddo il lato migliore dell’autobus dove sedere è quello dove siede l’autista, perché di solito a lui è riservata una qualche forma di riscaldamento anche sugli autobus più vecchi. Quando ci sono meno quindici gradi la regola del lato dell’autista non vale, vale quella di Capitan Findus e finché raccoglie e inscatola quello seduto accanto a voi vi è ancora andata bene.

(foto originale Warsaw 6 January 2009 di francescomucio)

Appendice agli appunti dall’esilio

Ieri sera prima di addormentarmi ho acceso per pochi minuti su Vespa (facevo zapping, giuro, facevo zapping), discutevano della scuola, della protesta e della Gelmini. Ad un certo punto qualcuno diceva a dei ragazzi che i solo figli finiranno a fare i camerieri degli ingegneri indiani, che ora lavorano, si fanno il culo e sono un miliardo. Ottimista.

Stamattina sul mio autobus sono saliti degli ingegneri indiani. Quando sono salito c’era una donna con un puntino rosso in fronte, dovrebbe significare che è sposata, poco dopo sono arrivati sei uomini, poi alla spicciolata altri tre o quattro. Alla fine era un gruppetto di una decina di persone, che composti stavano seduti e chiacchieravano tranquillamente in inglese, ognuno con il suo biglietto, la sua borsa con il portatile, chi in giacca e cravatta, chi in camicia, chi con una maglietta.

Chi saliva dopo di loro li guardava e alcuni non erano molto felici che questi indiani occupassero dieci posti sull’autobus. E io pensavo, hai visto, sono ingegneri, parlano fluentemente l’inglese e sono a settemila chilometri da casa loro, tra te che li guardi male e loro chi è quello che se lo merita di più.