Appendice agli appunti dall’esilio

Ieri sera prima di addormentarmi ho acceso per pochi minuti su Vespa (facevo zapping, giuro, facevo zapping), discutevano della scuola, della protesta e della Gelmini. Ad un certo punto qualcuno diceva a dei ragazzi che i solo figli finiranno a fare i camerieri degli ingegneri indiani, che ora lavorano, si fanno il culo e sono un miliardo. Ottimista.

Stamattina sul mio autobus sono saliti degli ingegneri indiani. Quando sono salito c’era una donna con un puntino rosso in fronte, dovrebbe significare che è sposata, poco dopo sono arrivati sei uomini, poi alla spicciolata altri tre o quattro. Alla fine era un gruppetto di una decina di persone, che composti stavano seduti e chiacchieravano tranquillamente in inglese, ognuno con il suo biglietto, la sua borsa con il portatile, chi in giacca e cravatta, chi in camicia, chi con una maglietta.

Chi saliva dopo di loro li guardava e alcuni non erano molto felici che questi indiani occupassero dieci posti sull’autobus. E io pensavo, hai visto, sono ingegneri, parlano fluentemente l’inglese e sono a settemila chilometri da casa loro, tra te che li guardi male e loro chi è quello che se lo merita di più.

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