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Ma che bella città di merda, gli autobus

Poco fa, fermata metro Bisceglie, per venire qui in Vodafone dove sto adesso posso prendere il 321 e 322, visto che erano le nove meno cinque dovevo prendere quello che partiva prima. La cosa più semplice era chiedere ai due autisti che chiacchieravano tra i due autobus, quindi ho semplicemente chiesto “Mi scusi, a che ora parte questo autobus?”

A questo punto mi sono sentito dare del maleducato perchè c’erano gli orari sia davanti ad uno che all’altro autobus. Ho pensato tante cose brutte da rispondere, ma vorrei riportare solo due dati oggettivi per confronto.

A Varsavia sugli autobus periodicamente ci sono annunci di offerte di lavoro per autisti, sui display luminosi che indicano la prossima fermata appaiono scritte tipo “Lavoro come autista, visita il sito www. eccetera eccetera”. Questo perchè la gente a Varsavia non ha molta voglia di fare l’autista di autobus, perché non è un lavoro pagato troppo bene nè un lavoro che ti offre chissà quali possibilità. Mediamente in Italia se a qualcuno dai un posto di autista di autobus ti bacia i piedi per una vita.

A Varsavia il mestiere di autista di autobus è un lavoro che fanno soprattutto giovani, soprattutto sugli autobus notturni, quando chi ha già una certa età vuole stare a casa e chi studia cerca un lavoro part-time per guadagnarsi qualcosa durante gli studi.

Credo che prima o poi qualcuno si dovrà accorgere della differenza.

Seconda cosa a Varsavia alcuni autobus sono davvero vecchi, soprattutto i notturni (per quelli li usano apposta quelli vecchi), per averne un’idea immaginate i vecchi autobus urbani degli anni ottanta continuati però ad essere usati ancora ora, però in tutti gli autobus e tram c’è il percorso degli autobus, in quelli più nuovi anche il display che indica parte del percorso si sta percorrendo, la fermata attuale e la prossima alla quale l’autobus si fermerà, in alcuni c’è anche la voce registrata.

Questo permette di dare degli appuntamenti molto semplici dando il nome della fermata (”Ci vediamo a GUS”, “Per casa mia scendi a Sasanki”, “per l’ufficio prendi il tram da Centrum in direzione Żoliborz e scendi dopo due fermate a Królewska”), ti permette di leggere con tranquillità e di sapere dove devi scendere, senza dover andare a chiedere all’autista, ovvio che su ogni fermata c’è scritto il nome della stessa così che lo si possa vedere dall’autobus.

E’ un servizio che costa poco e nulla, magari qualcuno un giorno penserà che si può applicare anche a Milano o a qualche altra città italiana.

Per il discorso autobus notturni invece ne parliamo la prossima volta.

Dialoghi con la vicina

- Buongiorno.
- Buongiorno.
- Stiamo traslocando ad Ochota.
- Vi fate un viaggetto per settembre?
- No, no, ci trasferiamo ad Ochota*.
- Ah, al mare.
- Sì, sì, arrivederci.
- Arrivederci.

*Un quartiere di Varsavia.

Basta davvero poco

Una delle cose di cui continuo a stupirmi vivendo a Varsavia è che, sia io che molti dei miei colleghi stranieri, facciamo dell’altro.

Esempi. Io faccio il tester di videogiochi, ancora oggi e domani, nel frattempo insegnavo italiano e mettevo su dei progettini in php per la facoltà di psicologia dell’università di Varsavia, inoltre lunedì cambio lavoro, smetto con i videogiochi e torno a fare il consulente.

Il mio collega belga anche lui è qui a testare videogiochi, ma insegna francese in una scuola di lingua, da lezioni private e ha una sua società con la quale fa una serie di consulenze linguistiche e altro. Sta pensando di mettere su qualcosa legato al VoIp in Polonia.

Il mio collega spagnolo oltre ai videogiochi ha contatti con una camera di commercio spagnola e fa consulenze per aziende spagnole che vogliono aprire una filiale in Polonia.

Non so, in Italia mi sembrava tutto così immobile. E dire che venire in Polonia non è difficile, molto meno di quello che credessi prima di decidere. Parlandone con altri amici ho scoperto che cambiare paese, cambiare vita non è impossibile, certo ci vogliono un po’ di soldi da parte, ma meno di quanto si pensi, conta molto di più la voglia di cambiare e di sfidarsi fino in fondo.

(Prossima puntata con l’esiliato in Giappone e si parla di andare in Giappone)

Dziki ryż

L’altroieri volevamo andare al ristorante georgiano che c’è qui a Varsavia, non è un vero e proprio ristorante, in Italia sarebbe una rosticceria con dei tavolini per sedersi, peccato che alle otto di sera chiudesse, così abbiamo ripiegato per l’asiatico qualche vetrina più in là.

Prima di proseguire un piccola nota, non è che io volessi andare al georgiano per portare solidarietà ai connazionali di Stalin (che, per chi non lo sapesse, era georgiano e non russo), ma solo perché questo fine settimana traslochiamo e, prima di andar via, volevamo provare alcuni locali della zona visto che sono vicini. A breve andremo a prendere un kebab e, forse, al ristorante all’angolo.

Il posto non era male, in stile un po’ giapponese, un po’ minimalista, con pareti rivestite di fogli di quotidiani giapponesi e qualche pagina strappata di qualche manga, lampade di carta appese un po’ in giro e qualche altro tocco che non ricordo. La cucina è indiana, thailandese e cinese, di giapponese mi è sembrato ci fossero solo le pareti, ma, visto che mi è piaciuto, magari la prossima volta controllo meglio.

Cosa abbiamo mangiato, presto detto, Ola che aveva mangiato qualcosa dopo il lavoro ha preso una cosa strana, praticamente le hanno portato una ciotola di metallo con dentro del formaggio ricoperto da una crema di spinaci, inavvicinabile per me, il nome non chiedetemelo o era thailandese o era polacco, non avrei potuto ricordarlo nemmeno scrivendomelo.

Io invece ho mangiato del maiale al caramello, che mi è piaciuto molto, la porzione che sembrava minimal, invece si è rivelata abbondante, quando il tutto sembrava troppo dolce lo si poteva stemperare con lo zenzero che era a condimento del piatto. Con l’aiuto di una ciotola di riso ho finito tutto il caramello e sinceramente ne avevo bisogno.

Il vino, sudamericano per lo più ma non solo, non è affatto male per essere in Polonia, il caffè è Vergnano, la sambuca Molinari, questo per dire che il posto non è propriamente l’ultimo dei bar mleczny e che i prezzi sono un po’ più alti di una pierogeria, con meno cento złoty (trenta euro) ve la cavate.


ul. Puławska 24B,
Warsaw,
02-515,

My rating: 4.0 stars
****

La discussione si fa animata

C’era da aspettarselo, non siamo nemmeno a Kutno, famosa per la sua stazione cantata da Kazik Staszewski, detto l’artista, come “così sporca e brutta che ti fanno male gli occhi”, che la birra comincia a scarseggiare. Così Hans, Fritz, Kunz, Patrik e Poropoppo si guardano negli occhi e aprono le ultime lattine, con la speranza che il treno faccia più in fretta gli ultimi chilometri, ma visto che il destino va aiutato, per accelerare la ripartenza Hans e Fritz buttano giù dal treno una coppia di fidanzatini che voleva andare in campeggio a Danzica, mentre Kunz tenta di prendere il fischietto o, alternativamente, di baciare un capostazione con dei baffi alla Federico Guglielmo che gli ricordano tanto il suo primo amore. Partito il treno da Kutno Patrick ha un accenno di colpo di sonno, apre gli occhi dopo un attimo di troppo, così da ritrovarsi quelli degli altri quattro puntati addosso, la sfortuna vuole che poco prima abbia tirato fuori il portatile per far vedere agli amici le foto di qualcosa, alla fine l’hanno usato come tavolino, malgrado ci si aggrappi con le unghie domattina lo denuncerà come l’ennesimo furto ai danni di un tedesco sulle ferrovie polacche.

Neanche il tempo di piangere l’HP che arriva Lech, sulla cinquantina portata male, cintura slacciata e mutande a righe in cinemascope per le signore sedute lato corridoio, cantando arrangiamenti tristi di canzoni per le squadre di calcio di Varsavia e ovviamente ubriaco come una botte di acquavite. Purtroppo non si capiscono, Lech è ubriaco di Vodka, loro di birra, non solo non c’è la scintilla, ma i giovanotti tedeschi si intimoriscono e tirano le tendine per coprirsi. Lech allora cerca di convincerli a prenderlo con loro avvilendo ulteriormente musica e testi del suo repertorio e continuando a spogliarsi. Monumento al dolore cosmico quando con i pantaloni alle caviglie, le mutande alle ginocchia si prende tra le mani l’appendice mormorando “bello di papà apri gli occhi, apri gli occhi.”

Questo mentre accanto passa un giovanotto improfumato di acqua di colonia scadente, camicia celeste e gilet di lanetta blu scuro, che sballottando i suoi centotrenta chilogrammi, va avanti e indietro per il treno non vedendo l’ora di arrivare a Varsavia, finalmente, per incontrare uno di quei ragazzetti ucraini o rumeni che per pochi euro escono dalle grazie del Signore, cattolico o ortodosso che sia.

Andati via gli ultimi arrivati i tedeschi riprendono coraggio, prima qualche urlo sguaiato, poi prendono Patrick e lo usano come ariete contro il vetro, prima, come tappetino, dopo, infine cominciano a cantare pur non potendo più andare a ritmo ed articolare suoni più complessi di una lallazione ebete.

Ad un certo punto la tipa nel mio scompartimento, che appena partiti ha importunato una coppia di giovani svedesi in viaggio per vedere le meraviglie della vecchia Europa raccontandogli la sua vita di madre single con un “friend, boyfriend” a Berlino anche lui con figli, che si vedono ogni quattro settimane un weekend, che lei fa la costumista, che viaggia, che fa, che Varsavia così e Cracovia così, che non ho capito che cosa facessero i due svedesi, a parte lei con i rasta biondo sporco era forse fotografa, ma già segnata da un’esperienza in una spiaggia per lesbiche dove, unica nana sovrappeso, aveva maturato la convinzione che se doveva fare del male a qualcuno concedendo le sue grazie l’avrebbe fatto con degli uomini, perché il cazzo continuava ad esercitare un fascino particolare, soprattutto quando ne aveva tra le mani uno ormai inutile e la bocca piena che tratteneva un colpo di tosse prima di buttare giù la soddisfazione della sua vittoria, lui era di quelli che provano con le battute ad essere simpatici, ma non lo sono, nè hanno bastante cattivo gusto da risultare sgradevoli, capello giallo, occhio azzurro e cappellino di paglia, sarebbe finito per essere uno di quegli svedesi alti, bianchi e rigidi che vivono novant’anni nelle statistiche della UE e poi muoiono in qualche modo pulito.

Gli svedesi sono scesi da tempo e la tipa prende ad attaccarci con domande a cui non vuole risposta (che numero hai di scarpe?) e rispondendo a questioni postele dall’uomo invisibile, capendo che non le stiamo dando spago e sentendosi per questo a disagio si alza, sistema le sue cose nella borsa e nella valigia e dopo averci chiesto di guardargliele esce nel corridoio, si solleva la gonna sui fianchi e dopo essersi guardata intorno si abbassa rapidamente le mutande, poi con passo deciso apre la porta dello scompartimento dei tedeschi e con un inglese febbricitante annuncia “prendetemi e fatelo.”

Per qualche minuto si sentono solo dei suoni sordi e privi di umanità, intervallati da urla gutturali e qualche frase bisbigliata in tedesco che forse è la cosa peggiore. Hans ad un certo punto urla qualcosa che significa che il controllore sta arrivando, rumori confusi, voci in polacco, tedesco, inglese e russo, poi la tipa si ripresenta al nostro scompartimento,ha un occhio livido e semichiuso, il labbro superiore gonfio, la camicetta aveva perso alcuni bottoni e una manica è strappata, quando apre la porta una puzza di piscio la precede, la gonna bagnata le aderisce sulle cosce mentre si siede in silenzio, guardando fisso davanti a sé con l’occhio aperto che sembra star vivendo qualche esperienza mistica e un sorriso compiaciuto.

Intanto i controllori sono dai tedeschi che di fronte alle autorità reagiscono estraendo i biglietti e, malgrado l’alcol, cercando di avere un comportamento decoroso, fino a quando uno dei controllori non dice qualcosa in polacco che i tedeschi non devono capire bene, poiché attaccano a cantare qualcosa di temibile come un punk-rock anni ottanta tirolese. I polacchi gli chiedono di smettere per carità cristiana della Madonna nera di Częstochowa, i tedeschi alzano ancora di più la voce ed è allora impossibile capire quando i controllori chiamano i rinforzi, la discussione si fa animata e dopo poco sentiamo chiaramente uno dei tedeschi chiedere pietà, poi qualcosa di grosso passa velocemente davanti al nostro finestrino e si perde nella notte. Però a quel punto la puzza nel nostro scompartimento è tale che prendiamo le nostre cose e usciamo in corridoio, fianco a noi appaiono quattro controllori che si fregano le mani soddisfatti e si raccontano e si complimentano tra loro, e uno sta proprio dicendo ad un altro “e siamo arrivati proprio quando quello grosso stava cacando in faccia a quella” mentre noi chiudiamo la porta del nostro scompartimento e vediamo che la tipa, che ha sentito tutto, ha ora un ghigno di trionfo sulle labbra.