Traffico aereo all’aereoporto di Newark

Newark airport congestion

Quando ho letto su wikipedia che a Newark c’erano problemi di traffico e per questo riducevano il numero di voli a ottantuno all’ora, ho pensato che era davvero una cosa strana, chissà poi com’erano organizzati per gestire tutti quei voli, magari diverse piste dove aerei partono e arrivano perfettamente sincronizzati ecc. ecc. Comunque mi sembrava una cosa un po’ buffa.

Quando ho cambiato per Charlotte, il mio aereo perdeva un sacco di tempo di fase di rullaggio, qualche problema? un ritardo tecnico? Alla fine quando stavamo quasi per arrivare sulla pista di decollo ho capito. E’ il sistema per gestire gli 81 aerei all’ora, li mettono tutti ordinatamente in fila indiana.

Ecco quindi la foto fatta mentre il mio aereo gira per arrivare sulla pista parallela alla corsia dove eravamo in attesa del nostro turno. Non si vedono tutti, ma dietro il nostro c’erano ancora altri undici aerei e altri ne sarebbero arrivati sicuramente poco dopo.

Il volo da New York era un volo US Airways per Charlotte, come quello che è atterrato sull’Hudson. Quello però partiva dall’aeroporto LaGuardia. Il mio è stato, quindi, un po’ più tranquillo.

(foto originale Newark airport congestion di francescomucio)

In volo – Parte 1 – Quello che mi aspetto

Scrivo mentre sorvolo la penisola del Labrador, o per lo meno il ghiaccio che la preannuncia, mancano ancora un paio di migliaia di chilometri a Newark, che per me restava solo il nome di una città di un libro di Gibson fino ad un mese fa.

Per chi ha paura di volare, quelli che vi dicono che sugli aerei grandi le turbolenze si sentono meno mentono. La cosa buona delle turbolenze è che quando si accende il segnale di allacciare le cinture di sicurezza e la hostess dice di sedersi, i cinquanta ragazzini polacchi che ci sono sul mio volo tornano a sedersi. La cosa buona dei ragazzini polacchi è che non sono ragazzini italiani, per far stare buoni quelli bisogna aprire le uscite di sicurezza oltre i novemila metri. Le hostess polacche, invece, spesso si scordano di fare gli annunci in inglese e su questo volo sono solo over-fourty.

Qui sotto è tutto ghiacciato e coperto di neve, la differenza tra una montagna e un lago è solo che il lago è liscio, per il resto sono uguali.

Ultima informazione di servizio, sono seduto all’ultimo posto in fondo a destra, tipo indicazione per il bagno, posto 39G. Nel caso precipitassi comunque non vi servirebbe a niente, sto scrivendo con il tratto pen e un po’ di acqua o ghiaccio trasformerebbe il foglio in una indistinta macchia blu.

Mi sto dilungando su particolari inutili, allora ecco una cosa utile, quando si ringrazia qualcuno bisogna dire “thank you sir” o “thank you madam” e non mister. Che poi a pensarci bene sarei sembrato un po’ come quei napoletani dell’immediato dopoguerra che volevano fare fessi i soldati americani, tipo tammurriata nera, avete presente no?

Ora che sto per arrivare voglio fare il punto sui pregiudizi, timori e cose negative che temo di trovare in America. Perché vado negli Stati Uniti sperduti, non a New York o in qualche altra città con le scene del crimine fighe, ma in un suburbo di ventimila anime della città più grande del North Carolina, stato che ha come piatto tipico il barbecue e come maggior attrazione turistica un outlet, per fare un confronto è come se la Campania avesse soli i biscotti di grano sponzati (dicesi caponata) e il CIS di Nola.

(il fatto qua è lungo lo spezzo in tre parti)