Ieri in metro è salita una zingara a chiedere soldi

Ieri in metro è salita una zingara a chiedere soldi, ha ripetuto la lezioncina imparata a memoria e poi si è avviata per il vagone: non uno gli ha dato un centesimo. A volte mi stupisco della maturità cinica a cui può arrivare questa città.

Mentre pensavo a questo mi sono ricordato di un’altra città dove picchiavano gli accattoni in metro, i primi episodi furono ignorati dai più, i giornali cominciarono ad occuparsene quando in cinque pestarono a sangue una ragazzina. Non si capì bene come passò la voce, se ci fu un tam-tam tra gli amici, qualche sito internet, un giornale di sinistra disse che la polizia aveva trovato degli sms su qualche cellulare, ma non se ne seppe più nulla.

Gli episodi si moltiplicarono e nel giro di una settimana gruppi anche di dieci o quindici persone, comuni passeggeri, per lo più ragazzi tra i quindici e i trent’anni, ma anche donne e persone più anziane, circondavano e malmenavano con estrema violenza chiunque chiedesse l’elemosina o suonasse qualcosa con l’aspetto dello zingaro. In breve anche gli artisti della metro, dai musicisti a chi interpretava piccoli spettacoli teatrali, sparì dalla circolazione e migrò altrove.

La situazione degenerò in fretta, le violenze erano diventate quotidiane, in diversi punti della città, nelle stazioni del centro come in periferia, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Gli zingari avevano cominciato a chiedere l’elemosina in gruppi, la solita donna con bambina, accompagnata spesso da due o tre uomini, che dopo un po’ cominciarono anche a girare con dei coltelli ben in vista. Gli andava bene quando li fermava qualche controllore ai tornelli della metro, quando capitavano sul treno sbagliato era come chiudersi in trappola.

Gli ultimi episodi furono tragici, una mattina, verso le undici sei zingari, una donna, una bambina e quattro uomini furono trovati morti in uno dei vagoni della linea uno, uccisi a colpi di arma da fuoco.

Dalle telecamere di sorveglianza delle stazioni della metro si sono potuti ricostruire in parte i fatti. Dopo la partenza del treno sono saliti e scesi diversi passeggeri, tra questi gli inquirenti non riuscirono ad individuare nessun gruppo riconoscibile. Alla stazione Malaspina sale il gruppo di zingari, che sembra abbastanza nervoso. Alla stazione successiva, Malebranche, scendono tutti i passeggeri dal vagone, nessuno sembra portare delle armi. Nelle successive stazioni il traffico passeggeri si svolge normalmente, tranne per il fatto che tutti evitano il terzo vagone dove ci sono i cadaveri, nessuno da l’allarme, molti sembrano sapere di dover evitare il vagone, chi vi si avvicina troppo, dopo aver guardato si volta e va verso un’altra carrozza.

I soccorsi furono chiamati solo quando il treno arrivò al capolinea, trentacinque minuti dopo che aver lasciato la stazione Malebranche, non c’era più molto da fare se non costatare i decessi. Venti colpi sparati a distanza ravvicinata da quattro o cinque armi da fuoco, tutti a segno. Prima furono uccisi gli uomini che accennarono a qualche reazione, poi le donne, praticamente un’esecuzione.

Due giorni dopo in una piazza del centro la comunità rom organizzò una manifestazione, erano poco più di un centinaio di persone, il corteo fu scortato dalla polizia fino a Piazza Prefettura, lì trovarono la piazza bloccata dai tre lati da cassonetti e barricate improvvisate. Poi cominciarono a caricarli da dietro, fu una bolgia infernale: le donne urlavano, gli uomini cercavano di forzare i blocchi, i bambini piangevano. Secondo le stime gli aggressori furono circa un migliaio, quelli che assalirono i rom alle spalle sono stimati in circa trecento. Nessuno fu mai rintracciato e qualcuno mormorò che le forze dell’ordine e i politici avevano voluto coprire il caso, la verità è che tutta la città copriva e copre le aggressioni e il massacro di Piazza Prefettura.