Sguardi tristi negli occhi degli astanti

Oggi quando sono tornato da pranzo, sono passato come al solito davanti al bar che c’è qui sotto, è un Coffee Heaven, una catena di caffè all’americana, dove c’è gente che legge il giornale, fa due chiacchiere, prende appuntamenti di lavoro e naturalmente prende il caffè.

Superandolo ho incrociato una ragazza che ne stava uscendo e che mi ha guardato negli occhi, non è stato il semplice incrociare gli sguardi, è stata una sensazione strana, come se lei cercasse di capire se mi conoscesse o se io l’avessi riconosciuta. Non conosco molta gente qui e pochi conoscono me, non mi aspetto di incontrare dei miei amici dietro l’angolo di solito e non sembro uno di qui, quindi occhiate del genere sono rare.

Poi, quando ha distolto lo sguardo, l’ho sentita ringraziare qualcuno dietro di lei. Era un ragazzo, con il volto coperto da una folta barba nera, occhiali da vista stretti e lunghi, dalla montatura di plastica scura, a metà del naso, che mi impedivano di vederne gli occhi, labbra carnose che sorridevano con la bocca aperta mostrando dei denti piccoli e distanti. Le aveva offerto il pranzo o un caffè e lei, a parole, lo stava ringraziando mentre il suo viso e i suoi gesti dicevano tutt’altro.

Allora ho realizzato che non le interessava riconoscere me, quanto piuttosto sapere che lì nessuno l’avesse riconosciuta. E mentre mi passavano accanto mi sono fermato e ho guardato verso il bar, ho visto la ragazza alla cassa, un tipo in giacca e cravatta e una bionda con soprabito beige seduti ad un tavolino, un ragazzo col computer, due ragazze che finivano un panino e del succo d’arancia, altri due in giacca più in fondo, anche loro erano immobili. E solo sguardi tristi negli occhi degli astanti.

I mesti

A volte nell’autobus vedo delle persone e comincio ad inventarmi delle storie da dei dettagli, ne ho alcune bellissime come quella del soldato con il volantino “Ci pensi a Gesù”, o qualcosa di simile, che parlava al cellulare con qualcuno e gli chiedeva “Ma io ci penso a Gesù? tu che dici? no, non lo so, non ho chiesto, quando torno lo faccio. Ma secondo te io ci penso? Perché io credo di pensare a delle cose ogni tanto, però non mi ricordo se ci penso a Gesù. Sì, sì, sono cristiano, solo che in caserma ci stanno sempre un sacco di cose da fare. Tu quando ci pensi a Gesù? ah, in chiesa, eh, sì, ce l’abbiamo la cappella, solo che non ci sono mai andato finora che non avevo tempo. Ma quanto tempo ci devo pensare secondo te? basta un pensiero solo, tipo quando dici – Gesù – o ci vuole una cosa più consapevole? Tu come ti regoli, ma sei sicuro?” Ed è andato avanti per una buona mezz’ora ed è sceso che ancora parlava.

A volte però si incontrano dei tipi indecifrabili, ad esempio oggi c’era questa coppia, sull’autobus per l’aeroporto, con delle facce tristi, ma non propriamente affrante o piangenti, ma un po così, spente e con un velo di dolore misto a solitudine negli occhi, come se l’altro gli avesse fatto qualcosa di grave e che non ci fosse più nulla da fare o da dire. E la mia mente è partita.

Lei è triste, lui non prova più nulla per lei, lei lo sa e non può farci niente, da tempo le cose andavano un po’ a rotoli, si stavano allontanando e anche lei era diventata più fredda, il lavoro e gli impegni quotidiani avevano trasformato la primavera di due anni prima nell’autunno ormai alle porte qui a Varsavia, questo viaggio che doveva essere un momento per staccare dalla routine di tutti i giorni in realtà non aveva fatto altro che rendere più visibile il fossato che avevano scavato tra di loro.

Poi però ho guardato lui e ho visto che era triste e mesto allo stesso modo e ho ricominciato. Lei l’ha tradito, lui non se lo aspettava, come molti uomini fino all’ultimo si era illuso che i problemi sparissero semplicemente chiudendo gli occhi, ma alla fine ci era andato a sbattere contro a tutta velocità: nella sua testa questo viaggio a Varsavia doveva essere il pretesto per poterle chiedere di sposarlo, ma proprio quando le aveva posto la fatidica domanda lei non se l’era sentita di continuare a tenere in piedi la farsa della quale erano ormai contemporaneamente attori e pubblico, poi un po’ alla volta, nei giorni seguenti lei le aveva raccontato tutto, degli ultimi tempi, del suo vecchio amico che si era rifatto vivo, delle trasferte di lui e di come poi tutto le era scivolato tra le mani.

Nel frattempo un pensiero mi attraversa la testa, ma come mai quando c’è una donna triste il primo pensiero è “adesso trova un altro che le fa tornare la voglia di vivere” che tradotto vuol dire “trova uno che se la scopa meglio di quello di prima e le torna la voglia di vivere”, mentre per un uomo triste si pensa semplicemente “adesso questo prende e si butta dalla finestra/si infila sotto un camion/si schianta con la macchina contro un albero”? Sarà stato un pensiero maschilista, ma alla fin fine non è molto maschile augurare ad un altro uomo di fare del sesso, mentre è più facile augurarlo ad una donna, con la speranza di finirci di mezzo.

Alla fine però nessuna delle due storie mi convinceva, entrambi erano così privi di qualsiasi entusiasmo, forse solo stanchi, ma si completavano così bene l’uno con l’altra, che a poco a poco dentro di me è germogliato il dubbio, ma vuoi vedere che in fondo in fondo hanno ragione loro? Alla fin fine questo mondo non è bello come ci vogliono fare credere, convincerci che domani sarà meglio di oggi, quando tutto invece dice l’esatto contrario, non funziona più, cerchiamo di essere delle Pollyanna, ma in realtà siamo solo degli sciocchi che non vedono a un palmo dal proprio naso. Meglio accettare il mondo com’è e cercare di sorridere solo in quei brevi momenti di felicità che ci vengono concessi raramente quasi ogni giorno.

Poi mi sono messo a guardare una vecchia scheletrica con le sopracciglia dipinte e mi sono distratto.