Una volta mi sono perso per le scale

Panni stesi

Una volta stavo salendo delle scale a Barcellona e mi sono perso, dovevo essere tra il ventiduesimo e il ventitreesimo gradino, e invece al passo dopo ero già al trentacinquesimo, e non sapevo come ci fossi arrivato.

Allora mi sono voltato indietro e fatto per scendere, perché non volevo perdermi quei gradini, dodici o tredici, che potevano essere i più belli di Barcellona. Che poi non è normale saltare dodici gradini durante una salita, è come se stessi imbrogliando, anche se non mi era assolutamente chiaro come questo potesse essere avvenuto.

Così un po’ per scaramanzia, un po’ perché ero solo a Barcellona da qualche giorno e volevo far passare il tempo in qualche modo, ho cominciato a scendere. Ma dopo il primo  gradino non c’era più il secondo, anzi non c’era più nemmeno la scala: quello che vedevo intorno a me non era più il vicolo in pendenza nel quale mi stavo arrampicando poco prima, ma era diventato uno stretto sentiero che si inoltrava in un bosco ed ero circondato da alberi, dove prima c’erano panni stesi ad asciugare alle finestre

Il sogno del commissariato di polizia

Sono in un commissariato di polizia o qualcosa di simile, c’è un sacco di gente che va e viene, poliziotti seduti alle scrivanie che lavorano e discutono dei vari casi.

Arriva un poliziotto, porta fuori campo un travestito alto due metri, parrucca platino, mascella quadrata e cosce come quelle di Schwarzenegger in Conan il barbaro. Quando ritorna un collega gli chiede:

– E quella perché faceva storie?
– Dice che non posso arrestarla perché è la donna ancestrale.

[Guardo troppo Brooklyn 99]

La notte con l’eclissi

Fuori al balcone, in strada, gente pazza urla cose incomprensibili a chi non li ascolta.

Automobili che han visto tempi molto migliori sgasano al semaforo verde con suoni sordi che fanno tremare i vetri. Pochi metri più in là un cane fa la pipì accanto a un finto cieco che chiede dei soldi, il cieco lo allontana con un giornale vecchio.

Il vecchio albero ha prugne nuove e non ci sono più a terra le bottiglie dell’ultima festa. Un’altra, più piccola, dal tappo arancione, è tra le ruote di una peugeot che viene spostata assai di rado.

Quella è gente in gamba, gente che la notte dorme

Quella è gente in gamba, gente che la notte dorme. Non come voi che state lì a perder tempo, con una penna in mano, con la schiena masticata da cimici invisibili, con il senso di colpa perché non avete lavato i denti o peggio. Voi sono le due e non dormite, occhi spalancati e corpo in folle, coi che poco prima, sotto la doccia eravate preda del panico e vi spaventavate di ogni rumore e chiudevate l’acqua e cercavate di restare immobili mentre il cuore vi sobbalzava in petto ad ogni movimento della tenda. Non siete voi quelli adatti al mondo, non voi con le vostre giustificazioni, la stanchezza, lo stress, la mancanza di una connessione ad internet e nemmeno voi e le vostre consolazioni, tanto non c’è nessuno, posso usare l’asciugamano, tanto se mi deve uccidere ci metterà poco e la morte non sarà lunga. E dire che l’avevate sempre immaginato buio e nero, invece eravate immersi nel bianco, tra le mattonelle e la tenda della doccia.

Cento milioni di anni fa

Cento milioni di anni fa quando la terra era ancora giovane, piccoli esseri dalla forma insignificante inseguivano il formaggio che giungeva da lontano. Figli di un male necessario si trovarono costretti a combattere per la sopravvivenza della specie. Errare è umano, che se fosse facile, quando gli uomini ancora non c’erano e gli errori, quella specie di sbagli con più erre, si distinguevano gli uni dagli altri dall’odore acre e incessante di sugo di sugna arrostita. Tempo dopo finì tutto nel bidone della spazzatura sul retro di un ristorante di poco conto.