Io ho

Io ho un mal di testa che mi fa vedere i palazzi come degli elefanti blu con un tappeto persiano sulla schiena che reggono una girandola con la proboscide e dondolando cantano sorridenti la canzone che sapete voi.

Io ho un’amica che vuole salvare tutti i gatti del mondo, anche i cani, gli uccellini, i topini, i bufali d’acqua e tutti gli animali di questo mondo (finché gli scienziati non ne trovano su altri), ma i gatti prima.

Io ho un libro di Gordon Ramsey che parte dalla colazione, ma non ho cuore di prepararla.

Io ho delle cuffie sulla mia scrivania, un paio con il normale jack, ma un auricolare è rotto, l’altro con attacco usb, ma ho anche mouse, tastiera e iphone attaccati al computer e la quarta porta usb è fuori uso (si è rotta quando combattevo le spie aliene nel bagno dell’albergo).

Io ho un pennello pulisci schermo dell’Institute of Customer Service. E’ molto utile. Penso siano gente che sa fare il proprio lavoro.

Io ho dei tipi con cui parlare ma scappano, scappano continuamente.

Io ho ricevuto proposte che altri avrebbero accettato e poi ci sono proposte che vorrei accettare se altri me le facessero ricevere.

Io ho un rapporto particolare con il periodo ipotetico.

Io ho delle espressioni che mi piacerebbe usare, ma che difficilmente tornano utili in una normale conversazione civile, tipo aver cuore di fare qualcosa.

Io ho la presunzione di sapere che siete tornati a leggere la terza frase. Ora.

Io ho finito qui. Per ora.

Voi che ne volete sapere

Voi che ne volete sapere, voi siete nati solo poco fa, ma prima, in un tempo diverso, c’erano altre stelle e tutto era differente. Vorrei avere più tempo per rivedere quelle persone, anche se non sarà più come prima perché i tempi sono cambiati, le stelle sono cambiate e anche io.

Se ci ripenso non riesco a stabilire quale sia stato il principio della fine. Credo in qualche momento all’inizio del 2006 o forse era tutto già iniziato prima o sarebbe cominciato dopo. I ricordi si confondono, le date, le facce e devo fermarmi a riflettere per rimetterle in ordine.

Sono stati i tre anni tra Modena e Bologna che sono tati incredibili, tolto forse l’ultimo periodo che è stata tutta un’altra storia.

Io sono felice della mia vita e vorrei qualcuno a cui raccontarla.

Qui si schiatta e io ho le allucinazioni

Oltre a Mario e Luigi Kowalski, i due allegri e simpatici idraulici polacchi che stanno montando i condizionatori in ufficio usando un trapano con la punta lunga più di un metro e con 5 centimetri di diametro, personaggi reali che anche gli altri vedono e che stamattina hanno fatto saltare la corrente due volte (spetta che salvo il post), oltre a loro dicevo oggi abbiamo avuto la visita di Ermento il cervo parlante del bosco di fronte, il problema è che di fronte non c’è un bosco e gli uccelli che sentite sono solo registrati dall’aeroporto per tenere lontani i piccioni, i passeri e i cavalli volanti.

Fa così caldo che ad un certo punto mi è sembrato di vedere entrare una decina di danzatrici del ventre, che ballavano sulle note del capodanno di Canale cinque, invece era solo il nuovo tecnico luci per il djset della settimana prossima, bravo ragazzo, olandese di origine magrebina, solo che le danzatrici erano meglio.

Poco prima di pranzo un mio collega si è sentito male, si è accasciato accanto al computer e nessuno gli ha detto nulla fino a quando siamo rientrati, gli altri avevano pensato che si stesse allacciando le scarpe, invece un infarto fulminante l’aveva lasciato secco nel bel mezzo dell’ultimo quadro di Zelda per Playstation, ci abbiamo messo un po’ a capire che non era un collega ma una pozza di sudore che guardata da diverse angolature sembrava assumere forme differenti, un uomo, una donna, un Cristiano Malgioglio.

Durante la pausa pranzo siamo andati tutti fuori come cani sciolti, ognuno per i fatti suoi e alzando una gamba per pisciare contro un muretto, i maschi, creando una fila di trenta minuti, le ragazze, due. La prima digestione l’ho passata boccheggiando come un pesce rosso che sta per essere gettato nella tazza del gabinetto, poco dopo mi sono ripreso, perché qualcuno ha urtato fortissimo la mia sedia facendomi sbattere un ginocchio contro l’antilope zebrata che usiamo come mascotte e quando le tornano le corna come appendiabiti.

Ho finto una reazione epilettica degna dell’abate Faria ne “Il conte di Monte Cristo II – E come Edmondo”, subito un gruppo di colleghi dal fondo dell’ufficio è saltato sulle scrivanie e ha creato una coreografia degna di una puntata di “non è la Rai” dei bei tempi, ma senza ragazzine seminude, ma con lo stesso senso del ritmo. Il responsabile di qualcosa è entrato mentre tre di loro mi lanciavano in aria, mentre facevo una spaccata volante che Heather Parisi se la sognava di notte, solo che quelli sotto si sono spaventati e non mi hanno preso.

Seppur dolorante ho cercato di darmi un contegno e ho ordinato un Martini mescolato, non shakerato, proprio così, come un compassato agente segreto al servizio di sua maestà Britannica. Una scelta felice, sedutomi al bancone ho incontrato subito una biondina tutta pepe che ha cominciato a farmi mille domande, il mio tono affabile l’aveva subito conquistata.

Poi l’idraulico ha fatto saltare la corrente con l’aspirapolvere alla massima potenza e ci siamo ritrovati io, Marrabbio di Kiss me Licia, Ettore Fieramosca, il parrucchiere della Tatangelo e un polmone su un’isola deserta senza nemmeno una palma da cocco. Marrabbio ha subito cominciato a cucinare il polmone, che prima di spirare ha detto a Fieramosca come finisce X-Files, Lost e Mi manda Picone, anche il parrucchiere della Tatangelo lo voleva sapere e per farci dispetto si è mangiato tutto il Polmone alla Zuava che aveva fatto Marrabbio e poi anche Marrabbio.

Ettore non se l’è presa, stoico ha incassato il colpo, e ha detto che quelli come lui vivono di sole, aria pulita e poesia, io avevo mangiato in pausa pranzo e non ho accusato il colpo. Dopo un poco però Fieramosca ha preso una pietra dove sopra c’era scritto “guardare da molto vicino” e l’ha data al parrucchiere, lui l’ha avvicinata per guardare meglio e Ettore Fieramosca gliel’ha sbattuta sui denti, poi gli è saltato addosso, proprio mentre arrivavano i soccorsi chiamati da qualcuno.

Il telefono ha squillato mentre stavo contando le ultime pecore che, entrate dalla porta principale, stavano cominciando a mangiare i cd dell’ufficio, la carta per le fotocopie e i poster delle signorine in armature medievali che tutti hanno negli armadietti, chi avesse aperto loro gli armadietti non lo so, forse l’ultimo dei topi guidati dal pifferaio di Hamelin che in mattinata era venuto a prendere un caffè con gli amici dell’amministrazione.

Poi mi è entrata in testa una canzone della Carrà e la riporto di sotto.