Daily Archive for November 1st, 2005

20×30

Tokio

Tokio di notte è una città incredibile, con le luci che sembrano sottare contro una cappa di velluto nero che cade sulla città, le poche macchine che corrono sulla sopraelevata e qualche voce che viene dal basso. L’ultima volta che c’ero stato la città era ancora ferita, bruciata dai bombardamenti degli americani, una città di legno distrutta da bombe di ferro.

Sarà l’aria, con il vento che spira da mare, con questo odore così diverso dal mare di qualsiasi altro posto, sembra quasi una fogna a cielo aperto, ma è l’odore di Tokio e i giapponesi che curano così tanto l’olfatto, con quella compostezza da ikebana ormai sembrano non accorgersi più del cattivo odore. Prima della guerra avevano fatto lo stesso con il loro governo e dopo avevano smesso quasi subito di guardare cosa stava succedendo intorno a loro. Tokio rimane immobile sotto questo cielo nero, da sola.

Una canzone giapponese della fine dell’ottocento diceva "Tokio, semplice come il sapore della pesca", che sia semplice Tokio ormai è improbabile, vista da qui è un reticolo di luci che ricorda Tron, forse solo i postini conoscono le strade di questa città dove non vi sono animali randagi, dove tutti indossano una divisa anche quando voglio essere diversi dagli altri.

Da qui non si vede, però in fondo a qualche strada, ci sono passato oggi, c’è uno degli ultimi chioschi che vende cibo in mezzo alla strada, una specie di carretto di legno, dove non esistono le forchette. Poco più avanti c’è un negozio di oggetti per la cucina, con tutta una serie di coltelli giapponesi prodotti in Cina, dopo c’è un negozio di cellulari e lettori mp3. Adesso sono tutti chiusi, tranne il carretto, ma tra poco chiuderà anche lui.

(continua)

Divided Kingdom di Rupert Thomson

Se uso la parola esperienziale non lo faccio a caso o, peggio, per darmi un tono, ma perchè il professore di sociologia che ci fece studiare l’argomento aveva questo modo di parlare molto innamorato di se stesso, non doveva essere male come professore, ma era noioso col suo modo di parlare circonvoluto e il tono da barone napoletano, che forse era davvero.

Però doveva essere uno di quelli che conosciuto fuori dall’università ti sarebbe potuto apparire come un personaggio dalla vasta cultura e qualche rotella fuori posto, un personaggio da libro di Luciano De Crescenzo. Visto che ci troviamo a parlarne racconterò due episodi su questo professore, uno che si perde nella leggenda, l’altro esperienza diretta di un mio amico.

Voce di popolo mormorava, ora il professore è in pensione, che un giorno fosse arrivato in classe con qualche minuto di troppo di ritardo, quindi serafico si era giustificato con la classe con le parole: “Scusate se ho fatto tardi, stamattina ho tentato il suicidio.”

Il mio amico Bodò invece mi racconta che quando andò a fare l’esame, ovviamente non avendolo studiato da trenta, dopo la prima domanda iniziò ad impappinarsi e a non trovare più le parole per rispondere. Il professore allora, gentilmente, gli disse di andarsi a sedere, magari di rilassarsi, ripetere qualcosa se ne aveva bisogno e di ritornare quando si sarebbe sentito pronto. Il mio amico allora tornò a sedersi tra gli altri studenti e rimase lì a leggere e a ripetere fino alla fine. Quando gli assistenti stavano ormai interrogando gli ultimi, il professore si rivolse a Bodò e gli chiese se se la sentisse di finire l’esame, ma il mio amico non se la sentiva affatto, preferiva tornare ad un appello successivo: il professore allora cominciò a chiamarlo fifone, cacasotto e tante altre belle cose che di solito non si mandano a dire.

Eravamo partiti dalla mia memoria, che ricorda poco, dimentico i nomi, le facce e anche il resto, degli uomini, le donne le ricordo sempre perfettamente, se mi piacciono soprattutto, ma quella non si chiama memoria, gli scienziati la chiamano testosterone. La cosa ancora peggiore è che dimentico quello che scrivo, quando scrivo una cosa la cancello dalla mia testa, come se non potessi tenerla in due posti diversi, ovviamente sto parlando della scrittura su carta, anche se ultimamente anche scrivere sul computer mi da qualche problema.

Tutto questo per dire che non riuscire mai a scrivere una recensione di un libro dopo che l’ho letto, perchè? semplicemente perchè me lo scordo, poi magari dopo anni mi ritorna in mente, come riportato in superficie dalla risacca, ma dimentico i dialoghi, le cose che succedono, interi capitoli. A volte mi capita di chiedermi cosa sia successo nelle trecento pagine che ho letto. Anche perchè leggo velocemente e voracemente, come se avessi sete e ho bisogno di arrivare in fondo. Quindi so da subito se un libro lo finirò o no.

Ultimamente ero in cerca di qualcosa da leggere, qualcosa con una trama romanzesca di quelle che ti tengono incollate alle pagine, quasi come un film d’azione dove succede sempre qualcosa, dove ogni paragrafo ha un incipit da tenerti lì. Credo di essere un uomo da incipit. Ci sono quelli da incipit, quelli da finali e quelli da parte di mezzo, forse ci sono quelli da tutte e tre le cose, ma credo siano rari. Io sono da incipit.

Un paio di giorni fa ho trovato in libreria Divided Kingdom di Rupert Thomson, di Isbn Edizioni. Prima di continuare faccio una divagazione su Isbn Edizioni, mi piace tantissimo la loro veste grafica, il libro bianco con i bordi delle pagine colorati, la copertina lievemente irregolare e il codice a barre sopra. Tutti i loro libri sono così e fanno uno strano effetto a vederli. Inoltre mi pare scelgano tutte cose interessanti, United Kingdom è in verità il primo che prendo e mi sta piacendo, qualche altro l’ho sfogliato e mi pareva interessante. In più in ogni libro includono un microopuscolo con alcune pagine di un altro loro titolo, un’idea molto carina e molto persuasiva se l’altro testo poi vale.

Tornando Divided Kingdom il libro parte da un gioco di parole abbastanza assurdo da reggere la trama: il Regno unito è allo sfascio, quindi i governanti decidono di dividerlo in quattro parti, suddividendo in queste la popolazione, in base alla medioevale teoria degli umori, “Sei collerico, melanconico, flemmatico e sanguigno?” è appunto il sottotitolo del libro.

La storia comincia con il protagonista di 8 anni che viene strappato alla sua famiglia e portato in una scuola di rieducazione prima di essere introdotto nella sua nuova famiglia. Comincia così una nuova vita in un paese che si è fatto (fare?) il lavaggio del cervello, finchè un giorno.

E finisco qui, non perchè mi piace lasciare le cose sul più bello, ma semplicemente perchè sono a pagina 80 o poco più. In compenso però vi posso dire che il libro si lascia leggere davvero bene e la traduzione di Michele Piumini, che credo che sia anche uno scrittore “per bambini” non è affatto male, anzi rende la lettura ancora più scorrevole.

La storia prosegue per episodi e scorre via abbastanza velocemente, evitando i tempi morti, la società post Riorganizzazione è abbastanza ridicola vista dal di fuori da rendere la lettura meno opprimente di quello che mi sarei aspettato e Thomson riesce a rendere vivi i diversi personaggi utilizzando piccoli dettagli e comportamenti.

Sinceramente non l’avrei preso se non fosse stato per la mappa a colori in quarta di copertina e per il desiderio di leggere un libro della Isbn Edizioni, ma non è stato affatto un cattivo acquisto, anzi lo consiglio a tutti quelli che vogliono leggere una storia poco noiosa, senza dover raggionare molto anche con la possibilità di riflettere sul conformismo e individualità della nostra società. Io almeno mi ci sono avvicinato così.

La citazione1

L’immagine che mi rimaneva, quella di due persone in piedi per strada nel cuore della notte, che non avevano nemmeno avuto il tempo di vestirsi, la relegai nell’angolo più buio della mia memoria, e lì rimase come un giocattolo abbandonato, un ukulele con le corde rotte o un orsacchiotto spelacchiato con un occhio solo.

1 Secondo me le recensioni dei libri andrebbero fatte solo attraverso le loro citazioni.

Un viaggio è sempre un viaggio nel viaggio nel viaggio nel viaggio…