L’ho preso oggi, il titolo e l’editore ovviamente mi hanno attirato. Sono sei brevi racconti che parlano di gente comune, al momento ho letto solo il primo. Perchè qualcuno dovrebbe comprarsi un libro con il titolo chiaramente triste non lo so, eppure io l’ho fatto, come dice la nota in prima pagina (i libri di ISBN Edizioni hanno sulla prima pagina quello che solitamente è sui risvolti o in quarta di copertina) "perchè forse, più semplicemente, gli animali tristi siamo noi."
Ho letto solo il primo racconto e si fa leggere e concede la tristezza che promette, avrei voluto leggere più di quaranta pagine scarse prima di scriverne una recensione, ma un brano mi ha fatto venire in mente una mia amica e allora. Il brano è il seguente:
Esattamente dieci anni prima, come fosse oggi, Mirra e Eric avevano trascorso la prima notte insieme in uno di quei bungalow, la prima di una lunga serie di notti insieme (allora non lo sapevano ancora), notti speciali all’inizio, notti che sembravano irripetibili e che poi sono diventate tutte uguali, replica persino della loro singolarità, della stranezza dei fatti, notti che potevano perfettamente scambiare tra loro senza che succedesse nulla, come quei pezzi di un rompicapo che stanno bene in qualunque posto e che hanno l’
anodina perfezione di un azzurrissimo cielo primaverile o del crinale innevato di una montagna.
Animali tristi
Jordi Puntì
trad. Patrizio Rigobon
ISBN Edizioni
13,50€
Ma se io fossi mancino la mia scrittura sarebbe diversa, e non parlo solo della grafia, ma anche di ciò che scrivo e di come lo faccio. A volte è facile, a volte è difficile, a volte la penna è come il pennello, altre è uno scalpello, a volte lavoro in aggiunto, altre in sottrazione, a volte odio, a volte amo, quando c’è indifferenza il foglio rimane bianco, è come usare un asciugacapelli nel deserto.
A volte la scrittura monta e sale, sale, sempre di più, sempre più forte e non aspetta che la mano sia arrivata alla fine del rigo per andare a capo e quando lo fai lei è già al rigo successivo e non ti da il tempo, incalza, sempre di più, sempre più forte e si dimentica la punteggiatura e devi trattenere il fiato per tornare insietro e aggiungere le virgole saltate e poi si ricomincia di nuovo sempre più forte, fino al finale, che alla fine arriva in un soffio, come una corsa fino al ciglio di un burrone e poi fermarsi colpo, buttarsi a terra e osservare quello che si vede di sotto, guardare alla fine con calma quello che si voleva raggiungere, il panorama dove la terra esiste solo sotto di noi e davanti c’è solo il cielo.
Scrittura.
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